domenica 19 novembre 2017

Monophona - Girls on Bikes Boys Who Sing: binari paralleli

(Recensione di Girls on Bikes Boys Who Sing dei Monophona)


La musica è sognare, aprendo le porte ad un mondo idealizzato, un mondo che si trova ad anni luce dalla nostra realtà. La musica è uno sforzo immenso, perché la musica non si limita a raccontare il mondo, quello ideale o quello reale, ma cerca anche di fare capire che le cose possono essere molto diverse di come sono. Se il mondo assomigliasse di più alla musica sicuramente vivremmo molto meglio, più felici, più compressi, più tolleranti.

Il terzo disco dei lussemburghesi Monophona nasce da una consapevolezza molto interessante, cioè che il mondo che viviamo in questo 2017 è molto diverso da quello che poteva immaginarsi ogni componente della band quando era piccolo. Forse può sembrare qualcosa di forzato, o di troppo scontato ma se ci mettiamo a pensare, a visualizzare quello che siamo stati e quello che siamo credo che questa riflessione non solo diventa assolutamente valida ma è anche molto interessante. Per quello, nel loro particolare modo d'interpretare la musica, Girls on Bikes Boys Who Sing è un disco rabbioso, un disco che va a prendere l'acido come idea musicale arrivando ad esaltare questo concetto. E' un lavoro bello ed interessante perché anche se questi sono gli impulsi che mettono in moto quest'intero lavoro tutto diventa personale, elegante e molto ben pensato. E' un lavoro di testa, d'intelligenza, uno di quei lavori assolutamente personali ma che lascia un segno. Torno a ripetere, come già affermato altre volte, che il disco più impattante non è quello che urla di più ma bensì quello che riesce attraverso l'arte a raccontare un punto di vista, un modo di vedere le cose, una sensazione, un pensiero, un'idea che nasce piccola e cresce a dismisura. 

Girls on Bikes Boys Who Sing

Viene detto che quello che è suonato dai Monophona sia un electro indie con molte sembianze di trip hop. Come al solito credo che le definizioni siano riduttive ed aiutino soltanto a capire qual è la direzione che può prendere un album, ma è poi l'ascolto quello che fa l'effettiva differenza. Nel caso di Girls on Bikes Boys Who Sing indubbiamente la mescola tra acustico ed elettronica, tra analogico e digitale è alla radice del risultato finale di quello che possiamo ascoltare. Ma non si tratta soltanto di quello, anzi, la strada che ciascuno sceglie per cercare di esprimersi al meglio è solo una conseguenza di quello che si cerca di raccontare e del momento particolare che si attraversa. Con questo voglio dire che non so se è fattibile pensare che con una formazione diversa e degli elementi sonori diversi la musica della band sarebbe diversa, credo che la risposta rimane sospesa a metà. Qualcosa cambierebbe ma molte altre rimarrebbero esattamente come possiamo apprezzarle in questo lavoro. E la giustificazione a tutto ciò sta nell'idea che è alla genesi di questo lavoro, alla voglia di raccontare un mondo che ci sta sfuggendo dal controllo dal punto di vista di tre musicisti che vorrebbero tutta un'altra realtà. 

Non c'è niente come il conflitto. Dove c'è conflitto c'è tensione, c'è la disperata ricerca di una soluzione o di una risoluzione. Questo Girls on Bikes Boys Who Sing è pieno di conflitto, di voglia di smuovere le acque perché si prenda coscienza di quello che non va nel nostro mondo. I Monophona non hanno bisogno di urlare, non hanno bisogno di essere cattivi ma il loro messaggio arriva lo stesso diretto, intenso e saggio. C'è la nostalgia in ogni linea di chitarra, c'è una dose di acidità in ogni base elettronica, c'è un profondo sentimento in ogni parola cantata, perché l'idea è quella di lasciare una traccia e così è.

Monophona

Tre brani che indicano molto bene quale sia la direzione voluta dalla band con questo disco sono:
Courage, brano d'apertura del lavoro che fa capire subito qual è il mood che accompagna l'intero lavoro. Per quello la chitarra è malinconica, la voce particolare, che regala un timbro unico, sembra quasi sussurrare le parole senza per quello perdere effettività. L'elettronica diventa un modo di condire tutto quanto.
Tick of a Clock è invece rabbioso, potrebbe sembrare il brano più spinto dell'intero lavoro ma la sua grazia sta nella sua capacità di andare da una parte all'altra con calma, con la consapevolezza che la voce urlata deve entrare solo in certi punti, e che dopo ci deve essere, per forza, il respiro. 
The Benefit of the Doubt ha invece un sapore molto più elettronico, è il trionfo del digitale sull'analogico ma dando ancora più grandezza al discorso musicale della band. E' un brano bellissimo, una di quelle canzoni che potrebbero essere usate in centinaia di spot pubblicitari perché hanno insieme alle parole un carico molto ricco di immagini. Bellissimo.


Ci sono due binari che viaggiano insieme, uno è quello del mondo reale, di quello che vediamo e viviamo sempre, un altro è quello di come vorremmo che le cose fossero, ed è un binario che nel tempo si sviluppa prendendo delle direzioni molto diverse. Asseconda il nostro modo di vivere, di crescere, di cambiare la volontà di quello che pensiamo sia il meglio per noi. Questo Girl on Bikes Boys Who Sing è un disco che parla proprio di come si distanziano questi due binari, di come qualcosa che sembrava che dovesse andare in una stessa direzione improvvisamente prende tutta un'altra destinazione. Questo disco diventa assolutamente interessante perché è la testimonianza di come i sogni si distanziano dalla realtà ma non per quello ci si smette di credere. Lavoro molto coraggioso, questo dei Monophona.

Voto 8/10
Monophona - Girls on Bikes Boys Who Sing
Kapitän Platte
Uscita 20.10.2017

giovedì 16 novembre 2017

Katla - Mó∂urástin: il risveglio del vulcano

(Recensione di Mó∂urástin dei Katla)


Si finisce sempre per assomigliare ai posti dove si vive. Come se ci fosse in atto un incantesimo dove l'intorno governa sulla personalità, dove l'ambiente ti aliena fino a farti diventare un altro elemento di quello che si vede e si vive. Dove c'è il sole la gente è festosa e luminosa, dove c'è l'ombra la gente si riserva e, così come al buio gli occhi devono abituarsi prima di vedere, bisogna saper conoscerli per vedere tutti gli aspetti del loro modo di essere ed apprezzarlo significativamente. Inutile dire che questa non è una regola fissa ma per tante cose si verifica sempre.

Mó∂urástin

Il senso di appartenenza si traduce in molti modi, nelle storie che si raccontano, nella lingua locale che si usa per esprimere le proprie idee, nell'orgoglio verso la propria storia e la propria cultura. In Mó∂urástin il senso d'appartenenza va anche un po' più in là. Questo perché i Katla prendono spunto per definire la loro musica da uno degli elementi più caratteristici, spettacolari e magnificenti della loro terra: i vulcani. Anzi, nel loro caso è il vulcano che regala il nome alla band a essere il punto d'inizio di molte idee. Potrebbe sembrare che ci tocca stare di fronte ad un disco energicamente illimitato, un disco distruttivo che non lascia spazio ad alcuna sfumatura ma non è così. E come al solito è qua che sboccia la magia. Come fa quest'album ad essere vulcanico essendo lo stesso un lavoro pieno di sfumature e di contaminazioni? Grazie ad un'idea molto più vasta ed ampia della loro musica. Katla, il vulcano, è un gigante che si sveglia quando vuole, l'ultima volta 99 anni fa, e quando lo fa modifica in modo significativo la geografia locale. Sopra di lui 300 metri di giaccio si sciolgono regalando al mare 5 chilometri quadri di terre inondate. Per quello è guardato con rispetto, venerazione e paura. Facciamo adesso l'esercizio di riportare questa idea a quello che può essere una personalità musicale molto definita e quello che salta fuori è la musica di questo progetto islandese.

Mó∂urástin

Come puoi modificare la geografia dei sentimenti e degli affetti? Essendo unico, essendo originale, essendo essenziale per il modo di vedere le cose e di viverle. Mó∂urástin è così. E' un disco che si nutre di ambienti oscuri bellissimi, di atmosfere post rock, di momenti di dark wave, di metal molto misurato e di elementi che sarebbe magari esagerato chiamare folk ma che denotano l'importanza di essere un disco nato in Islanda. Magari questa formula non vi è nuova, magari vi vengono in mente altri progetti che mettono insieme questi ingredienti ma la musica è alchimia, magica e misteriosa, e l'elementi che nasce da questo insieme chiamato Katla non ha uguali. Infatti è molto interessante vedere come tutto quello che si ascolta in questo disco tira fuori due sensazioni precise: sicurezza e personalità. Questo perché anche se si tratta di un disco debutto i due musicisti che sono gli autori di tutto quello che ascoltiamo sono dei personaggi navigati, di grande esperienza, visto che nel loro passato musicale possiamo leggere dei nomi così significativi come SólstafirFortí∂ e Potentiam. Ma se c'è qualcosa che fa diventare tutto quanto più affascinante è che questa creatura effettivamente può prendere spunto dal loro passato musicale ma finisce per diventare una creatura piena di vita propria. Insomma, un vulcano che si è risvegliato.

Mó∂urástin

L'impatto che si può avere quando si fa qualcosa è sempre molto particolare. Ma se una cosa è chiara è che chi lascia un'impronta indelebile non è chi colpisce più forte ma chi riesce ad entrare nella vita degli altri. Mó∂urástin fa parte di quella categoria di dischi che non passano mai inosservati. E' un disco che affascina, che ci porta a voler viaggiare in solitario o con la compagnia giusta per lunghe strade piene di curve, con i finestrini abbassati a sfidare l'aria glaciale, perché non c'è nulla di più rivitalizzante di quello. Katla si è svegliato, e per fortuna l'ha fatto, perché l'emotività esige eventi come questo.

Katla

A rischio di sembrare ripetitivo torno a fare un'affermazione con la quale mi sono ritrovato altre volte: ci sono certi dischi che devono, per forza, essere ascoltati dall'inizio alla fine. Questo ne è uno. Limitarsi a spulciare solo pochi brani è limitante. Grazie all'ascolto completo l'epicità di una chiusura come Dulsmál prende ancora più grandezza, un brano centrale e fondamentale come Mó∂urástin può non essere capito fino in fondo con i suoi contrasti, con la sua vicinanza col black metal, con la bellezza degli interventi vocali femminili. Senza quest'ascolto globale un'apertura di album come quella regalata da Aska non funzionerebbe come questo spalancare le porte  verso un nuovo mondo. Dunque fatevi un favore e ascoltate questo disco per intero.


Mó∂urástin è una metafora, un modo di dimostrare che non esiste alcuna altra connessione possibile se non quella tra uomo e natura. Quel che siamo e quel che viviamo, è la nostra capacità d'adattamento, la nostra consapevolezza di non essere governanti ma di essere governati da qualcosa di magnifico che ha una potenza che noi non avremmo mai. Lavori come questo dei Katla lasciano in chiaro che la saggezza si conquista guardando il mondo e imparando a rispettarlo, a cogliere i suoi frutti, a prendere la sua energia e farla propria. Non è soltanto la miglior via ma è l'unica. Benvenuto vulcano.

Voto 9/10
Katla - Mó∂urástin
Prophecy Productions
Uscita 27.10.2017

mercoledì 8 novembre 2017

Adimiron - Et Liber Eris: vivere il presente

(Recensione di Et Liber Eris degli Adimiron)


La bellezza di scrivere un blog, nel giorno d'oggi, è che lo puoi fare ovunque, basta avere una connessione ad internet. Per quello molti dei post che avete avuto modo di leggere sono stati scritti nelle più variopinte situazione, per essere nel bar di un molto popolato centro commerciale all'ora di punta di una domenica estiva, o in una piazza desolata dove una salvatrice rete wifi gratuita acconsentiva di lavorare egregiamente. Ma la maggioranza di quello che scrive nasce nella città che da più di tredici anni è la mia casa. Mi riferisco a Brindisi, posto pieno di contrasti e di aspetti che potrebbero portare a odiare di più questa città piuttosto che amarla. Come capita con le piccole realtà quando qualcuno "ce la fa" il senso di ammirazione da parte dei concittadini si esaspera e si venera il personaggio in questione. Qualche anno fa qualcuno mi nominò una band che, anche se stabilita a Roma, aveva avuta la sua genesi in questa città. Per quello sento che c'è un particolare legame che mi porterà a raccontarvi questo disco in modo leggermente diverso da quello che di solito faccio.

Una sola volta ho incontrato Alessandro Castelli, mente dietro agli Adimiron. Non so neanche quanti anni sono passati ma era una caldissima serata estiva e suo padre me lo presentò in mezzo ad una cena in circolo d'ufficiali della Marina. Era strano vedere a Brindisi qualcuno con idee musicali diverse dalle mie, qualcuno che all'epoca era riuscito già a girare un po' con la sua band non solo in Italia ma anche in giro per l'Europa. In un certo modo mi diede l'impressione che quel ragazzo stesse vivendo quello che qualche anno prima avrei potuto vivere io, quando vivevo a Madrid e suonavo in una band meravigliosa chiamata As Light Dies che di lì a poco avrebbe vissuto il suo primo tour europeo.
Da allora gli Adimiron  ne hanno fatto di strada, aprendo con certi per grandissime band, suonando in giro in diversi punti del globo terrestre, costruendo e presentando tre dischi. L'ultimo, Et Liber Eris, è quello che ha la mia attenzione in questo post. Credo che arrivare a pubblicare questo disco con una casa discografica pazzesca, come è l'Indie Recordings norvegese, sia un bellissimo punto d'arrivo. Ma per essere arrivati a quel punto c'è dietro un lavoro costante e, soprattutto, la capacitò di aver scritto un disco degno di essere diffuso a scala mondiale. 

Et Liber Eris

Et Liber Eris arriva puntuale come una dichiarazione d'intenzioni, come un manifesto di quello che reputo sia non soltanto una voglia creativa ma proprio un modo d'interpretare la filosofia musicale dentro alla quale gli Adimiron si rispecchiano. Per quello questo disco può suonare molto alla "X" piuttosto che alla "Y", dove X ed Y sono una serie di gruppi che si muovono nello spettro che mette insieme progressive metal, death metal, technical metal e uno che altro genere più o meno estremo, ma, guardando approfonditamente quello che fa la band è solo quello che veramente vuole fare. Per quello le tracce di questo lavoro sembrano avere un'anima progressiva, nella complessità delle proprie strutture, nelle ritmiche inseguite, prese e mescolate, ma questo lavoro è anche un disco dotato di un certo genere di aggressività, di una personalità che viene messa alla luce con orgoglio. Aggiungiamoci un terzo mondo, che potrebbe sembrare assolutamente non in linea col secondo, cioè un aspetto melodico. Questo terzo disco della band romana è pieno zeppo di melodie che ti entrano nella testa e non ti abbandonano più. 
Come mai possiamo ritrovare tutto quanto in un singolo lavoro? Perché questo è un disco aperto, è un disco che diventa un riflesso dell'evoluzione del metal dove, per fortuna, i purismi sono cosa del passato, sotterrato sotto parecchi metri, e c'è spazio a queste aperture musicali preziose. Capiamoci, gli Adimiron non sono i primi a fare un ragionamento di questo tipo ma sono presenti con la propria, forte, voce. 
Et Liber Eris

La forza di Et Liber Eris è la capacità di lasciare una traccia. C'è chi impazzirà dietro alle dissonanze della chitarra o ai riff ricercati, c'è chi vedrà nella sezione ritmica una serie di costruzioni bellissime ma c'è anche chi si ritroverà a canticchiare tra sé e sé il ritornello di una di queste canzoni o, ancora di più, a fare quello che succede a me in questi giorni, cioè costruire la mia colonna sonora attuale usando la musica degli Adimiron. La complessità di questo disco è allo stesso tempo la sua chiave.

Adimiron

E' difficile individuare punti più alti o altri più bassi in questo disco, per quello la selezione di brani che faccio corrisponde a quelli che, per un motivo o l'altro, più mi hanno toccato.
Il primo è Zero-Sum Game. Per chi mi ha toccato? Perché mi ricorda il tempo d'oro degli Opeth, quello di fine anni 90 e dei primi anni 2000. Quelli Opeth che hanno segnato un'epoca. Ma quando tutto sembra andare in quella direzione ecco che il brano cambia e giunge ad altre destinazioni. Oltre a tutto ciò la sezione ritmica di questo brano mi piace tantissimo, il dialogo tra batteria e basso diventa prezioso con il suo gioco di sincope, di accenti e di contrasti. 
Dicevo che un'altra componente di questo disco era quella melodica, cioè la capacità di costruire dei brani che ti rimangono impressi in testa grazie al loro carico emotivo. Il punto più alto in quel senso viene toccato con The Coldwalker. Se prima ho citato gli Opeth ora devo chiamare in causa i Leprous, perché qui siamo di fronte alla materia che i norvegesi conoscono perfettamente, vale a dire quella di dare ai propri brani una dimensione emotiva immensa, la composizioni di brani che potrebbero sembrare quasi pop ma che sono tutto tranne che quel genere, una specie di trappola mortale, sembra tutto bello ed immediato ma è come la vita: incasinata e complessa.


Sono felice che ci siano dischi come Et Liber Eris, perché il presente è il momento più bello di sempre, poco importa se nel passato sono state fatte cose meravigliose o se il futuro si prospetta luminoso. E' proprio l'adesso quello che bisogna vivere intensamente e gli Adimiron, con questo disco, ci parlano dell'adesso del metal, che è bellissimo, che è ricco, che è una promessa, quella di regalarci per anni ed anni dei dischi da consumare fino allo sfinimento. 

Voto 8,5/10
Adimiron - Et Liber Eris
Indie Recordings
Uscita 03.11.2017

lunedì 6 novembre 2017

Black Capricorn: questione di famiglia

(Recensione di Omega dei Black Capricorn)


Credo che ci siano pochi dubbi sul fatto che la cosa più importante al mondo sia la famiglia. Non è un discorso moralista il mio ma semplicemente la nozione di quanto è importante sapere di contare sempre su un gruppo di persone che vogliono il meglio per te. Detto ciò è necessario tenere presente che tipologie di famiglie ce ne sono tante, e che non c'è soltanto un legame di sangue a definire l'idea di famiglia. Le dinamiche che poi si presentano in ogni famiglia sono uniche ed interessanti. C'è chi fa tutto con la famiglia e c'è chi, invece, cerca solo di dedicare a loro i momenti liberi.

Omega

Parlare di famiglia non è un caso, considerando che il disco del quale sto per parlarvi nasce proprio come un lavoro famigliare. Eh sì, perché i Black Capricorn, trio sardo, sono la dimostrazione di come un nucleo famigliare può andare ben oltre alla convivenza dentro ai quattro muri di casa. Marito, moglie e cognata del marito, questi sono i legami che uniscono i tre membri di questa band che ci presenta Omega, il loro già quarto disco. Indubbiamente non ci formule perfette da applicare per assicurarsi di avere la famiglia perfetta ma mi viene da pensare che avere un legame con la musica sia qualcosa di fantastico che spesso unisce molto più di tante altre cose. Ma, per esperienza, so che è molto difficile lasciare fuori dalla sala prove tutte le tensioni vissute in casa. Nel caso di questa band questa tensione non si apprezza per nulla, c'è una compattezza tale da avere l'impressione di essere di fronte ad un gruppo perfettamente equilibrato, un gruppo dove ogni membro sa perfettamente cosa dà al progetto e qual è il suo ruolo, senza pretendere altro e senza togliere il minimo spazio ai compagni di avventura, perché l'avventura che vivono va ben oltre alla "semplice" musica.

Omega

Omega è un perfetto esempio di come fare dello psycho doom. Brani concisi, schiacciasassi, di ritmiche trascinate, di riff  di chitarra che lavorano su basse frequenze e d'interventi del basso a creare un perfetto ponte tra ritmo ed armonia. Tutti elementi che lasciano spazio ad una voce che sa perfettamente qual è il proprio ruolo e quali sono gli elementi che vanno ricercati in questo genere. I Black Capricorn sembrano conoscere perfettamente il copione e lo recitano alla grande. Sanno che devono risultare oscuri, ma di un'oscurità che ha dei connotati molto particolari perché è un'oscurità tangibile, quasi materiale, mai eccessiva, mai scandalosa. Un'oscurità che nasce nel buio, cresce e si sviluppa lì, e per tanto diventa naturale, "facile", nel senso che non ha alcuna forzatura, ed immediata. 

Omega

In altre parole, Omega è un disco che permette di vedere una doppia appartenenza molto evidente. La prima riguarda il legame che esiste tra moglie e marito, l'altra invece è quasi un atto di fede, un modo di dichiarare di far parte di progetto maggiore sotto l'ala del doom, di viverci dentro e di prendere tutti i connotati e tutte le simbologie che ci sono dentro. Ecco, il patto fatto dai Black Capricorn prende quella dimensione ancora più alta.

Black Capricorn

Ci sono due brani che credo permettono di capire perfettamente questo disco.
Il primo è Evil Horde of Lucifer. Qui c'è la perfetta definizione di come viene concepita l'oscurità nalle band, come tutto è naturale, come quando si vive dentro ad un mondo tutto quello che viene fatto lì diventa naturale e spontaneo.
Il secondo è Omega, chiusura magnanime di questo disco. Brano ce diventa molto più evocativo di tante altre tracce di questo lavoro. E' un brano che ci regala tra l'altro un piacevolissimo outro acustico dove la band dimostra di poter espandere i suoi limiti creando un bellissimo esempio musicale.


C'è la famiglia "tradizionale" che si cela dietro ai Black Capricorn, anche se mi azzardo a dire che di tradizionale avrà ben poco e sarà una interessantissima famiglia. Ma poi ce n'è un'altra che Omega ribadisce ancora un'altra volta nella carriera della band. E' una famiglia molto più ampia perché è composta da parecchia gente in tutto il mondo, ed è la famiglia del doom, famiglia nella quale la band ricopre un ruolo molto importante.

Voto 8/10
Black Capricorn - Omega
Stone Stallion Rex
Uscita 02.11.2017

Pagina Facebook Black Capricorn

giovedì 2 novembre 2017

Stahlsarg - Mechanism of Misanthropy: meglio non cercare di fermare il treno

(Recensione di Mechanism of Misanthropy dei Stahlsarg)


Ci sono tanti modi diversi di fare musica. Naturalmente questi modi devono corrispondere alla capacità e alla volontà che ciascuno mette dentro alle proprie creazioni. Per quello certi dischi sono molto ragionati, pensati fino al minimo dettaglio, come se si trattasse di erigere un'opera maestra dove tutto deve corrispondere a una pianificazione fatta con cura. Poi ci sono quei dischi pieni di sentimenti dove l'unica cosa che interessa è che il messaggio arrivi forte e conciso all'ascoltatore, senza curarsi troppo di tutto il resto. Ma poi c'è la musica viscerale, quella musica che cerca in tutti i modi di venire da dentro, dal profondo delle anime. E' una musica senza barriere perché ha la forza della spontaneità e del valore profondo del suo messaggio.

Dentro al black metal ci sono dei gruppi che hanno delineato al meglio questa idea di urlo viscerale, questo modo di prendere l'ascoltatore e di metterlo di fronte ad una realtà inopinabile. Dentro a questo mondo possiamo perfettamente inglobare Mechanism of Misanthropy, secondo disco degli inglesei Stahlsarg. La loro musica urlata sembra provenire da una profondità che risiede negli abissi dell'anima umana. E tutto diventa in linea con questa sensazione, non soltanto il modo di cantare ma anche la contundente matteria della loro musica. Ogni brano è un graffio, una ferita così fresca da bruciare senza riuscir a trovare conforto. Dal mio punto di vista fare effettivamente qualcosa del genere non è affatto semplice, e per quello bisogna togliersi il cappello di fronte a questo lavoro. Non ci sono artifici, non ci sono forzature, soltanto l'obbligo vitale di urlare per essere ascoltato.

Mechanism of Misanthropy

Mechanism of Misanthropy è uno di quei dischi che difficilmente possono essere classificati come piacevoli. Il suo suono è graffiante, deciso, oppressivo e anche se in mezzo al rumore si può cercare sempre la melodia non sembra essere questo lo sforzo principale dei Stahlsarg. Quello che persegue questo disco è lasciare una traccia indelebile in ogni ascoltatore. Per quello il black metal usato è intelligente, tarato in modo di non disperdersi per via alternative ma di essere il "portatore" di questo messaggio diretto all'anima di ognuno. Ed è proprio questa mancanza di artifici quello che rende più grande quest'opera, perché non insegue più strade ma una sola, perché sa cosa vuole e lo consegue, perché per farlo si nutre di un linguaggio proprio che non ha, ne vuole avere, paragoni con altra musica, con altre fonti, con altre idee. 

Mechanism of Misanthropy

Funziona molto bene questo disco. Funziona perché ha le idee chiare e perché sa qual è il terreno sul quale muoversi. Mechanism of Misanthropy lavora come una locomotiva costantemente alimentata che viaggia su binari eterni. Provar a fermarla e rischiare di venire travolto. Ma la cosa più importante, ed interessante, è che questa forza non è fittizia, non nasce da qualche invenzione ma è qualcosa annidata in ognuno di noi, è quella parte che molti non affrontano mai lasciando che prima o poi prenda il sopravento. Forse lo sforzo degli Stahlsarg sta proprio nel tenere a bada e controllare questo lato oscuro di ognuno di noi.

Stahlsarg

Come dicevo prima tutto quello che viene fuori da questo lavoro va in un'unica direzione. E non soltanto grazie alla parte vocale ma anche a quella musicale. Due esempi chiari sono:
Blonde Poison, che con la sua intensa e bellissima introduzione musicale dimostra che l'arte di costruire atmosfere musicali è un arte complessa, ma che quando da frutti questi sono bellissimi. E' il portale d'ingresso verso un mondo intenso, vissuto e respirato. Ma è anche un brano che dimostra quanto sia inutile lasciarsi andare a ritmiche esaltate e a riempimenti maniacali. Basta il modo giusto, la nota giusta, il momento giusto e l'effetto inseguito è molto più effettivo.
Burn and Destroy, che potrebbe essere una dimostrazione fedelissima di quello che intendo per urlo portato alla musica. Rimane in chiaro che l'intenzione della band trova spazio in tutto quello che fa, in tutto quello che viene suonato e cantato. Non è soltanto bruciare e distruggere ma è purificare, è morire e rinascere.


C'è qualche meccanismo che governa la capacità di tirare fuori la nostra parte più oscura? Io non lo so, ma ho ben chiaro che è necessario saperla governare, tenerla a bada e non farla mai affacciarsi più di tanto. Forse questo Mechanism of Misanthropy è una guida fedelissima di come fare, di quello che si può dimostrare e di quello che no. Sta di fatto che come risultato abbiamo di fronte un bellissimo disco firmato dai Stahlsarg.

Voto 8/10
Stahlsarg - Mechanism of Misanthropy
Non Serviam Records
Uscita 31.10.2017

mercoledì 1 novembre 2017

Párodos - Catharsis: un seme nuovo

(Recensione di Catharsis dei Párodos)


In certi mondi musicali, quelli più underground, rigge un bel senso di collaborazione. Non c'è quella voglia selvaggia di farsi concorrenza a tutti i costi e gli artisti più affermati sono pronti a dare una mano e scommettere sulle realtà emergenti. Questo non può che giovare alla crescita di mondi musicali che hanno ancora molto da raccontare. Magari fosse così in tutti i generi.

Catharsis

Catharsis è il primo disco dei nostrani Párodos, band salernitana che ha come scopo quello di mettere insieme una serie di idee musicali che rispondono ai loro propri interessi e gusti. Per quello leggendo l'elenco di gruppi che sono stati un'influenza certa possiamo notare dei nomi veramente interessanti e variopinti. Come capita spesso un conto è nominare una serie di influenze ed un altro è ottenere un determinato risultato musicale. Infatti in questo disco c'è qualche sfumature più o meno presente di ogni band nominata come guida. Quello che alla fine interessa più di qualsiasi altra cosa è il processo che porta a trasformare questi impulsi in un risultato proprio, in una personalità riconoscibile e veramente autonoma. Questo primo disco, dal mio punto di vista, ci restituisce un seme interessante, un contenitore di idee che devono crescere e svilupparsi maggiormente per rendere la band un punto di riferimento. E sicuramente questo è stato notato da artisti importanti come i Novembre, i Fleshgod Apocalypse o i Buffalo Grizz al punto che qualcuno dei loro musicisti danno un contributo in questo disco. Una scelta interessante perché diventa una scommessa, una possibilità di dare spazio ad una band nuova che deve aprirsi strada.

Catharsis

Ma parliamo della parte musicale dei Párodos e di quello che propongono. Come detto prima questo Catharsis vuole costruirsi con una serie di influenze molto ampie che spaziano tra l'avantgarde metal, il blackgaze e il progressive metal. Ascoltandogli in un certo modo mi viene in mente quello che è stato proposto da una band ungherese di breve vita, gli Without Face, questo perché il modo di mettere tutto insieme suggerisce proprio la filosofia che si celava dietro a quel progetto. I punti cardini di questa proposto sono la ricerca di una grande originalità che si basa nel mettere insieme tutta una serie di idee musicali che potrebbero sembrare non per forza in linea ma che invece trovano un giusto equilbrio per non dare mai l'idea di essere di fronte a qualche forzatura. Non solo, quello che ci viene proposto in questo disco ha anche un filo conduttore che è l'ambiente fantascientifico che alimenta tutti i brani presenti in questo disco. Questo disco è un contenitore di storie fantastiche come se si assistesse alla lettura di un libro favoloso. In quel senso la teatralità della musica acquista un valore ancora maggiore. Ma questa caratteristica sembra essere chiaramente dovuta al fatto che la tastiera ha un ruolo fondamentale in questo progetto e non sarebbe strano pensare che molte canzoni sono proprio nate da quello strumento. Questo si traduce in una sonorità sinfonica e pomposa assolutamente in linea con l'epicità di quello che si racconta. Due altri elementi arricchiscono ulteriormente quest'idea. Il primo è il gioco tra diversi registri vocali, tra lo scream e la voce pulita, tra le linee uniche e le armonizzazioni vocali. Si giostra così la capacità di restituire all'ascoltatore delle sensazioni molto diverse. L'altro aspetto importante ha a che fare con la scelta di aggiungere molto oculatamente delle parti recitate, cantate o urlate in italiano, operazione che da più drammaticità all'intero lavoro.

Catharsis

La mia sensazione è che i Párodos abbiano un grandissimo entusiasmo e credano fermamente a quello che fanno. Queste sensazioni vengono restituite in ogni traccia di questo Catharsis. Ma la sensazione che mi viene fuori è anche che potremmo ascoltare dei lavori molto più trascinanti ed interessanti. Perché? Perché credo che il linguaggio musicale della band deva ancora definirsi maggiormente. Credo che, come consiglio in tanti casi, si deva esagerare molto di più nelle proprie convinzioni per essere così una voce non solo autorevole ma anche unica. Sta di fatto che come primo passo questo lavoro è molto pregevole.

Párodos

Due brani che racchiudono l'essenza di quello che è questo disco sono:
Space Omega, perché permette di vedere qual è la voglia della band di mescolare le carte, di regalare delle idee dove confluiscono un sacco di sensazioni sonore. Per quello si salta da una parta all'altra con grande naturalità, per quello c'è una grande compattezza sonora, per quello diventa molto chiaro da dove viene e dove vuole andare la band. Più di sette minuti di canzoni scivolano via con tranquillità. 
Evocazione, perché entra in gioco l'appartenenza territoriale e perché vengono messi alla luce degli elementi che potrebbero essere un ottimo spunto per lavori futuri. Per esempio gli interventi vocali femminili, gli intrecci di parti da un sapore esotico, una narrazione viscerale, una profonda esplosione sonora. Dal mio punto di vista è il brano migliore di questo lavoro.


Credo che l'intenzione d'innovare è già un punto di partenza essenziale. I Párodos c'è l'hanno. Ma non si fermano soltanto a quell'intenzione, mettono in atto  la realizzazione di un qualcosa di nuovo, di un'idea che diventa realtà. La creatura chiamata Catharsis è molto interessante ma ancora un po' acerba. Il futuro fa bene sperare.

Voto 7,5/10
Párodos - Catharsis
Inverse Records
Uscita 27.10.2017 

Sito Ufficiale Párodos 
Pagina Facebook Párodos


mercoledì 25 ottobre 2017

Fleurety - The White Death: oltre il limite

(Recensione di The White Death dei Fleurety)


In molti aspetti della vita uno dei modi di capire quale sia la propria capacità nel riuscire a fare qualcosa è quello di andare oltre ai limiti. Farlo significa mettersi in gioco con tutta l'anima ed oltre e se il risultato si verifica molto spesso si è di fronte ad una vera e propria impressa. Perché sono quelle caratteristiche quelle che cambiano tutto passando da qualcosa già visto o vissuto a un successo, anche solo di valore personale. Per quello andare oltre i limiti può essere a tutti gli effetti una filosofia di vita.

Nel caso dei norvegesi Fleurety non si può parlare soltanto di andare oltre i limiti, perché in realtà sembra che non conoscano proprio i limiti. The White Death è il loro terzo album uscito in una travagliata carriera che vede la band attiva ad intermittenza dal 1991. Ma anche se temporalmente la loro carriera sembra scontante non lo è quant'altro a livello di proposta musicale. Quello che viene fatto in questo progetto non ha alcun paragone con qualsiasi altra cosa sentita. La loro concezione della musica sembra avere come direzione obbligatoria quella dell'avanguardia, della sperimentazione esaltata nelle forme e nei contrasti. Si potrebbe pensare che il risultato che ne viene fuori sia complessi ed incomprensibile ma non è così. Questo non vuol dire che questo disco riesca ad essere capito e goduto da qualsiasi persona, perché è indubbio che è necessaria una forte propensione ad un'apertura mentale che abbracci l'entusiasmo e la voglia di dare nascita a fiori mai visti di strani ed oscuri colori cangianti. 

The White Death

C'è da dire che The White Death non ha solo la particolarità della sua concezione musicale come punto di forza. L'altro aspetto che rende questo disco un disco unico è il fatto di mettere insieme una serie di musicisti pazzeschi che sembrano trovare pane per i denti dentro alla concezione musicale che c'è dietro ai Fleurety. Per quello oltre ai due membri fondatori, e faccia visibile della band, Alexander Nordgaren (ex Mayhem) e Svein Egil “Zweizz” Hatlevik (musicista di una versatilità ed un senso dell'avanguardia come pochi altri), questa nuova pelle della band si nutre dell'innesto di Czral-Michael Eide (Virus, Aura Noir, ex-Veds Buen Ende), Linn Nystadnes (Deathcrush, Oilskin), Krizla (Tusmørke, Alwanzatar) e Filip Roshauw (The Switch). Non ci poteva aspettare null'altro che un disco imprevedibile, sorprendente, che gioca con tutto quello che conosciamo dentro al black metal ed all'avantgarde metal. Ed è proprio così. Questo disco è uno di quei lavori che al primo ascolto lascia l'ascoltatore incredulo, un ascoltatore che avrà bisogno di una pausa che li permetta di digerire quello che ha appena vissuto prima di prendere il coraggio di regalare un secondo ascolto alle otto traccie che compongono questo disco. Ma superato quello shock iniziale sarà impossibile fare a meno di ripetere e ripetere questo disco, a rischio anche di far sembrare banale tutto il resto. 
Spiegare il perché di questo effetto non è semplice ma il primo elemento da prendere in considerazione è che quello che c'è in questo disco può sembrare parzialmente simile a qualcos'altro, ma solo durante pochi secondi per poi guidarci da tutta un'altra parte. E se consideriamo che le menti che si celano dietro a questo lavoro sono quelle di personaggi che per vie alterne ci hanno già regalato delle idee musicali nuove e molto interessanti risulta ancora più sorprendente quello che si ascolta in questo disco. 

Tutte le canzoni nascono da qualcosa, da una melodia canticchiata, da un giro di chitarra particolarmente effettivo, da un ritmo ossessivo ed ipnotico, da una strofa struggente che suggerisce proprio qual è la musica che la deve accompagnare. Ebbene io non ho idea di come possa essere nato questo The White Death perché non c'è modo alcuno d'aggrapparsi alla sicurezza che da qualcosa di riconoscibile ed individuabile. Sembra un gioco crudele quello dei Fleurety, un gioco che mette a dura prova il modo di concepire la musica nell'accezione più comune. Nulla è scontato in questo disco, nulla è semplice, nulla vuole essere semplice. Ma non perché s'insegua la complessità, semplicemente perché le strade percorse dalla band sono strade mai percorse prima, e quando qualcosa è inedita spaventa tanto quanto affascina. 

Fleurety

Ancora più che mai in questo lavoro non c'è una linea comune tra tutti i brani che si trovano dentro. Anzi, il gioco è complesso, perché da una parte si può tranquillamente parlare di suono alla "Fleurety" ma d'altra ogni brani differisce così drasticamente da quello precedente e da quello successivo che è impossibile segnalare una sola direzione dentro quello che viene fatto. Per quello anche se penso un paio di tracce di questo lavoro è impossibile, e assolutamente erroneo, cercare di farsi un'idea solo da quelli esempi.
The White Death mette subito in chiaro tutto quanto. Inizia come potrebbe aver inziato un brano dei Ved Buens Ende ma subito dopo il "ritornello", se di ritornello si può parlare, ci spiazza. La voce femminile è un contrasto impressionante che annienta l'oscurità musicale e della voce maschile. Ma non basta, la reiterazione ossessiva di certe parti sembrano dominare l'ascoltatore per poi scuoterlo fino in fondo. La ricerca armonica è essenziale, il modo nel quale le note si susseguono senza regalare nulla da aggrapparsi.
Lament of the Optimist è pazzia pura. Un ritmo black metal che sposa una serie di suoni elettronici che sembrano tirati fuori da un brano dance. Per quello più di qualcuno urla: "ma che diavolo è questo!" E' una nuova frontiera, tutta lì per noi.


Andare oltre al limite. Questo sembra essere il motore che da la forza a The White Death. Ma la cosa particolare è che fare qualcosa del genere sarebbe una forzatura non semplice per qualsiasi musicisti. Invece i Fleurety hanno fatto da sempre di quella caratteristica il loro modus operandi. Tra pazzia e genialità il confine è molto sottile. Per quello qualcuno penserà che questo album è molto difficile d'ascoltare e da capire. Per tutti gli altri benvenuti in un nuovo confine musicale.

Voto 9/10
Fleurety - The White Death
Peaceville Records
Uscita 27.10.2017

Pagina Ufficiale Fleurety

martedì 24 ottobre 2017

Major Parkinson - Blackbox: dentro alla scatola nera tutto può succedere

(Recensione di Blackbox dei Major Parkinson)


Uno degli aspetti più affascinanti della natura, e che lascia spazio alla maggiore immaginazione, è quello degli ibridi. L'ibrido è quello che nasce dall'unione di due razze o specie diverse e come si sa bene non sempre fare questo genere di esperimento garantisce un risultato ottimale, ma quando è così c'è sempre da essere molto entusiasta. La musica è un costante susseguirsi di ibridi e per quello la musica è viva, fresca, sorprendente e pronta a regalarci di volta in volta dei dischi preziosi. 

Blackbox dei Major Parkinson è un ibrido perfetto, è la ridefinizione di una serie di idee orientate a regalarci un "prodotto" ricchissimo e completissimo. Per arrivare a questo punto si denota che dietro a questo album c'è parecchio lavoro, un lavoro fatto con cura maniacale, cercando di dare un senso anche ad ogni piccoli sfumatura. L'entrata ed uscita in gioco delle diverse sonorità che si susseguono sono un vero trionfo. Eh sì, come vedete questo disco mi è piaciuto parecchio. Il perché è dovuto all'originalità che lo costruisce ed al modo nel quale tutto viene messo insieme. Sembra di aver capito tutto quanto per essere sbattuto da una parte all'altra. Sembra di essere riusciti a capire la direzione che la band vuole prendere quando improvvisamente si svolta da un'altra parte. Questo è un disco progressivo ma non lo sembra, questo è un disco cinematografico ma non necessita d'immagini per esserlo, questo è un disco intelligente ma che non deve vantarsi con nessuno da questa intelligenza. Questo è dunque un disco che può essere preso da qualsiasi persona, a prescindere della musica che predilige, e rimanere catturato in questa scatola nera all'interno della quale succedono delle cose impensabili.

Blackbox

In molti tendono ad associare al nome dei Major Parkinson quello di Tom Waits, questo per via di due aspetti. Il primo è il timbro vocale del cantante della band, il secondo è per il carattere goliardico che prendono diverse canzoni. Ma fermarsi a questa comparazioni sarebbe molto limitante. Infatti per capire questo Blackbox bisognerebbe immaginarsi un Waits obbligato ad abbandonare l'aspetto più rock della sua musica per avvicinarsi all'elettronica intelligente con strutture progressive che delineano dei brani in costante evoluzione. Infatti per il modo, quasi sintetico, di lavorare con la componente musicale a me viene molto in mente quello che è stato fatto da un progetto molto interessante come quello di O.S.I. ma credo che i Major Parkinson  regalino qualcosa in più a tutto quello che fanno. Infatti la loro musica è piena di pathos, piena di contaminazioni, piena di citazioni musicali, piena di strizzatine d'occhio a quello che è la cultura odierna. Per quello la loro musica è così interessante, perché è intelligente, è sarcastica quando deve esserlo, è seria quando ci dev'essere serietà.

Major Parkinson

Se io dovessi paragonare Blackbox con qualcosa lo farei con'opera teatrale di pieno successo. Perché non basta avere una bella storia da raccontare. Quello che rende immortale un'opera del genere è anche lo spessore del lavoro di recitazione degli attori. Ecco, nel caso dei Major Parkinson abbiamo una storia solida, originale, interessante, mai banale, ricca di colpi di scena, ma oltre a tutto ciò abbiamo anche degli interpreti che riescono a calarsi completamente nei ruoli, come se l'attore sparisse completamente e lasciasse spazio pieno al personaggio. Questo disco è uno spettacolo che si vuole vedere e rivedere, una e mille volte perché è prezioso, ma occhio, perché se non si svelti e veloci si rischia di rimanere senza biglietti.

Major Parkinson

L'album intero merita un attento ascolto perché regala ed assicura stupore minuto dopo minuto e dunque diventa molto difficile essere selettivo e pescare solo pochi esempi. A malincuore lo faccio per indirizzarvi verso tre dei brani che possono essere la perfetta porta dentro a questa scatola nera.
Il primo è Night Hitcher. Brano oscuro e ricercato, brano che sorprende per la sua capacità di ricreare un ambiente così presente da viverlo. Si respira questo mondo fantastico, fanta/scientifico che ci parla di viaggi spaziali, di un futuro dell'umanità che sembra essere nelle stelle e non nel nostro proprio pianeta, ma per arrivarci dobbiamo viaggiare in mezza alla notte eterna. Ma quando il viaggio sembra lineare ecco che il brano cambia, che ci parla con grandezza di quello che significa questo viaggio.
Il secondo è Isabel - A Report to an Academy. Qua entriamo nel mondo recitato, nel modo di raccontare storie in modo teatrale. Tra l'altro il gioco di voci tra quella maschile e quella femminile dell'ospite del disco Linn Frøkedal diventa prezioso. Un modo di costruire una tensione palpabile nella storia. In questo brano vengono fuori tanti personaggi da abbracciare e portarsi nell'anima.
Ma vi parlavo anche del modo goliardico di concepire la musica da parte della band. Per quello un brano come Madeleine Crumbles diventa delizioso. Dalla sua citazione più o meno voluta a Stayin' Alive al modo di mettere insieme parti futuristiche con altre divertenti. Un brano che porta a dire: "ma cosa sto sentendo!" perché stupisce con una bellezza unica e divertente.


Non mi stancherò mai di affermare che la musica è un fonte inesauribile. E lo farò perché ci sono esempi come Blackbox dei Major Parkinson che mi regalano modo di dimostrare che è proprio così, che ci sono artisti in grado di costruire dischi intensi, intelligenti e profondi senza per quello essere pedanti o altezzosi. Questo è un disco che non annoia mai, che regala nuove letture ascolto dopo ascolto e che da nuove prospettive all'evoluzione preziosa della musica. Grazie.

Voto 9/10
Major Parkinson - Blackbox
Karisma Records
Uscita 27.10.2017

Sito Ufficiale Major Parkinson
Pagina Facebook Major Parkinson


domenica 22 ottobre 2017

Wobbler - From Silence to Somewhere: oh vita dolce!

(Recensione di From Silence to Somewhere dei Wobbler)


Credo che la differenza fondamentale che c'è tra fare qualcosa di nuovo usando vecchie sonorità e cadere in una anacronistica copia è che il primo caso è degno di applauso e di entusiasmo. Il secondo, invece, denota una fossilizzazione a livello di idee e di originalità. Per chi è un assiduo lettore di questo blog sa perfettamente che, in un modo o l'altro, la mia ricerca musicale è quella della novità, del lavoro inedito che fa capire che nella musica c'è tanto ancora da dire. E per fortuna di settimana in settimana m'imbatto in lavori che mantengono immutato il mio entusiasmo verso una delle cose più belle della nostra vita: la musica.

From Silence to Somewhere è il quarto album dei norvegesi Wobbler ed è un disco che a ogni ascolto regala un'intensità emotiva propria di grandi dischi. Il perché è dovuto ad una incredibile alchimia che riesce a mettere insieme l'utilizzo cospicuo di un linguaggio musicale passato, com'è il rock progressivo scuola anni 60/anni 70 e la capacità di regalare lo stesso un album che suona attualissimo e bellissimo. Perché è facile avere certe capacità musicali che ti portino a costruire fedelmente un disco di un certo genere, già difficile da suonare, ma non lo è affatto poter costruire un lavoro pregevolissimo ed originale. Ed è proprio quello che è riuscito a fare questo gruppo. Nelle quattro tracce che compongono questo lavoro abbiamo un racconto sonoro e linguistico che si dipinge da quella poetica che ha dato al rock progressivo un profilo intellettuale che per fortuna lo distanziava dalla noiosa capacità tecnica di suonare complesse strutture. Questo è un disco composto con maestria, con la voglia immensa di emozionare l'ascoltatore, di non lasciarlo mai tranquillo ma grazie alla tensione che si riesce a creare quello che viene fuori è un coinvolgimento totale, come se questo disco godesse nel catturarci e non ci liberassi fino a che l'ultima nota si spegnesse. Mica facile!

From Silence to Somewhere

Questo disco ha tanti richiami verso la musica di mostri sacri del rock progressivo, come i Gentle Giant, i primi King Crimson, i primi Genesis o gli italianissimi PFM e Banco del Mutuo Soccorso. Gruppi tutti che sono passati alla storia non tanto per la loro impeccabile capacità musica e strumentale ma per la costruzione accurata di brani preziosi, che ormai sono patrimonio dell'umanità. Ebbene, dal mio umile punto di vista pure questo disco merita questo sguardo. Lo merita perché è un disco che emoziona, è un disco dove risulta difficilissimo trovare delle lacune, è un disco che è suonato magistralmente da musicisti bravissimi. Non basta per convincervi? E allora metto in atto un asso che avevo nella manica. From Silence to Somewhere è un disco che poteva nascere soltanto nel 2017. Poco importa selle acque da dove bevono i Wobbler siano delle acque antiche. C'è un'alchimia che è assolutamente nuova, delle sfumature che danno a questo lavoro un profilo assolutamente odierno, con un insieme di suoni che coniuga alla perfezione passato e presente. Per quello anche se il punto di riferimento principale della band sono delle idee sonore di quasi 50 anni fa è impossibile non denotare tracce di tutto quello che è successo nella musica in questi ultimi anni. Tra l'altro anche il mondo è molto diverso da com'era allora e anche di questo c'è traccia in questo disco. Come se certe "timidezze" di lavori del passato non trovassero più spazio, diventando così un lavoro spinto ma mani esagerato.

From Silence to Somewhere

Mi sembra molto più difficile essere in grado di costruire qualcosa di profondamente valido affidandosi a formule consolidate. Questo perché per riuscire a non cadere nella via più semplice ed effettiva bisogna essere veramente propositivo bisogna essere intelligente e talentuoso. From Silence to Somewhere (titolo bellissimo tra l'altro) è proprio così. E' un disco pieno d'intelligenza, un disco ingannevole perché non usa soltanto un passato musicale ma ci regala anche un futuro propositivo ed un presente fatto di evoluzioni molto addentrate in ognuno di noi. I Wobbler hanno sfornato un disco immenso.

Wobbler

Essendo questo un lavoro di quattro tracce, delle quali una è un piccolo intermezzo musicale, non mi sembra assolutamente giusto analizzarne solo qualcuna, per quella faccio qualche annotazione sulle tre tracce cantate.
From Silence to Somewhere è epica. Intensa e vissuta, raccoglie alla perfezione l'eredità lasciata da quelle canzoni progressive che raccontavano tante storie.
Fermented Hours è sicuramente un omaggio molto sentito al progressive italiano, per quello ha una parte recitata proprio in questa lingua ed è ricco di quella capacità quasi drammaturgica di trasformare la musica in vere e proprie opere teatrali. Bellissima.
Foxlight inizia cattiva, come se fosse la canzone più "arrabbiata" di questo disco, ma piano piano che va avanti lascia lo spazio alla bellezza dei cambi, alla capacità di passare da una parte all'altra come se saltassimo continuamente felici di roccia in roccia.


Faccio sempre molta attenzione ad esprimere giudizi troppo positivi, perché qualche volta l'entusiasmo di un primo ascolto annuvola la mente non permettendo di avere uno sguardo completo di quello che si sta sentendo. Per quello mi curo molto nell'affermare che From Silence to Somewhere dei Wobbler è uno dei migliori dischi di questo 2017. E mi auguro che anche voi la pensiate così. 

Voto 9/10
Wobbler - From Silence to Somewhere
Karisma Records
Uscita 20.10.2017