giovedì 21 settembre 2017

Vulture Industries - Stranger Times: la genialità di giocare col mondo

(Recensione di Stranger Times dei Vulture Industries)


Dal mio punto di vista la fortuna di vivere in questi anni piuttosto di cinquant'anni fa, e la fortuna che alla loro volta avranno quegli che vivranno tra cinquant'anni, è che la quantità d'informazione e di proposte musicali è sempre maggiore. Anzi, la musica è così tanta che diventa assolutamente impossibile essere al passo di tutto quello che viene creato, di tutto quello che esiste. Ma nel limite delle capacità personali è un vero piacere poter avere accesso a decenni e decenni, per non dire secoli, di musica. Questo è bellissimo perché chi si addentra nella musica sa che la sua evoluzione non è lineare, che in realtà la musica è una specie di albero che cresce e cresce dando vita a svariate ramificazioni. Da queste ramificazioni a volte nascono altre ramificazioni, a volte questi rami crescono molto velocemente, invece in altri casi sembrano congelati. Riposare sotto quest'albero è la cosa più bella che ci sia, anzi, bisognerebbe cercare di vivere al massimo sotto a quest'albero.

Stranger Times

Immerso dentro a questo fogliame infinito troviamo uno dei progetti più interessanti dell'ultimo decennio e mezzo norvegese. Mi riferisco ai Vulture Industries, annoverati da più di qualcuno come uno dei principali esponenti dell'avantgarde metal. Classificazione molto fragile perché ingloba in essa una serie molto grande di proposte che sembrano non trovare spazio dentro ad altri mondi sonori. Il quarto disco di questa band, chiamato Stranger Times, dà nuove conferme su quello che si sapeva già di questo gruppo, cioè che la loro capacità di creare un loro linguaggio musicale unico ha delle caratteristiche molto più universali di quelle che possono essere riscontrate in altri gruppi avantgarde. Lo spiego in un altro modo, mentre molti gruppi che fanno parte di questo genere tendono ad essere molto ostici e puntano ad un pubblico di nicchia, abituato ad ascoltare delle proposte non "semplicii", nel caso dei Vulture Industries questo non accede. E non perché siano commerciali o "facili", elementi che non permetterebbero assolutamente di parlare di una proposta di avanguardia, ma perché il loro modo di essere originali e propositivi si basa in una strada diversa, strada che ha, per esempio, una grandissima considerazione delle sonorità rock, caratteristica che distanzia la band da tanti altri gruppi che invece approfondiscono il proprio linguaggio musicale dentro al mondo del metal e di un profilo esperimentale che può avere origine nella musica elettronica e nei suoi derivati, come la drone music

Stranger Times

La vera innovazione dei Vulture Industries, che ha permesso alla band di avere un luogo privilegiato dentro alla corrente più innovativa del metal, sta proprio nella loro capacità di applicare questa teoria "rivoluzionaria" ad un universo sonoro molto più ampio. In questo piano Stranger Times diventa forse il punto più alto che hanno mai raggiunto. Questo perché i brani presenti in questo lavoro sono tutti piacevoli, interessanti, curiosi e sorprendenti. Non ci sono mai eccessi o giri improvvisi che fanno andare l'ascoltatore fuori strada, anzi, quando arrivano dei cambiamenti inattesi questi sono epici e funzionano alla perfezione. C'è uno spirito molto teatrale dietro a questo disco, una voglia di dare un'immagine molto scenografica del nostro mondo oggi, di quello che la band definisce come "tempi strani" e come capita spesso lì dove tante riflessioni non arrivano è la musica quella che riesce a farci aprire gli occhi di fronte a quello che viviamo. Essendo così dentro non sempre riusciamo a capire l'assurdo, il fatto che la vita sia diventata così individuale da quasi sprezzare qualsiasi altro essere umano tranne noi stessi e quegli della nostra cerchia. Per quello questo disco è ricco di provocazioni, di giochi sottili che non scandalizzano ma che portano a riflettere.

Stranger Times

Stranger Times è un disco molto intelligente. E' un disco che sembra prendere in giro tutti e nessuno. E' il riflesso di come l'arte sa parlare regalando quello che solo l'arte sa regalare: la genialità. Genialità che sta nell'insieme di generi che confluiscono in questo disco, genialità che sta nel come i Vulture Industries si divertono a far scorrere i loro brani e a inviarci il loro messaggio. Sono sarcastici ma profondamente seri. Sembrano essere fuori dal mondo ma in realtà sono più dentro di tanti altri. Senza rendertene conto l'album scorre, quasi con leggerezza, ma nella tua testa s'insinuano tante immagini che fanno vedere che viviamo in un mondo assurdo, dove è più importante avere l'ultimo telefono tecnologico invece di arricchirsi l'anima viaggiando (e con quei soldi ci si può fare dei viaggi pazzeschi). Geni e basta.

Vulture Industries

Ci sono brani da ascoltare una e mille volte in questo disco. Per me i tre che hanno qualcosina in più sono questi:
Tales of woe. Quanto è importante l'ordine dei brani in un disco? Molto spesso è un dettaglio che si trascura ma che può fare la differenza. La lezione di questo disco è una delle più evidenti di come si deve scegliere lo svolgimento delle tracce di un album. Difficilmente si può trovare un disco che inizi meglio di questo qui, e tutto grazie a questo brano. Un brano che inizia con la stessa essenza già conosciuta dei Vulture Industries ma che a metà fa un cambio che fa accapponare la pelle. Bellissimo, intenso, un brano che cattura e che apre l'appetito, forse il migliore dell'intero lavoro.
As the world burns. Sensuale, oscuro, sarcastico al massimo. Il mondo brucia ma chi se ne frega! Quando ci s'infatua dall'essere più oscuro che ci sia tutto è superfluo, può succedere di tutto ma nulla avrà il peso di quella relazione. Una canzone di amore malato, perché forse tanti degli amori odierni sono malati.
Something vile. Forse uno dei brani più metal del disco. Qua non c'è tanto quel gioco di essere sarcastici, di pescare nell'immaginario per dare delle fotografie assurde. Questo sembra essere un brano che nasce più di getto e viene preso da chi ascolta senza barriere e senza tante riflessioni.


Stranger Times è la conferma di un gruppo che aveva dimostrato di essere proprietario di un modo unico di concepire la musica. Molto meno ricercato e perfezionista di tanti altri progetti ma intellettualmente profondo. I Vulture Industries non soltanto confermano quali sono i motivi che gli hanno portati a diventare una band unica e preziosa ma aggiungono personalità alla loro creatura sonora, essendo in grado di ricordarci che viviamo tempi assurdi, ma solo per colpa nostra.

Voto 8,5/10
Vulture Industries - Stranger Times
Season of Mist
Uscita 22.09.2017

mercoledì 20 settembre 2017

Five the Hierophant - Over Phlegethon: costruttori ed artisti dell'oscuro

(Recensione di Over Phlegethon dei Five the Hierophant)


Cosa ci serve perché la musica ci faccia viaggiare in mondi inimmaginabili? Cosa ci serve perché la musica sia il modo più fedeli di farci sentire quello che sono dei racconti antichi che parlano di posti così particolari da non esistere nella realtà? Io non so rispondere accuratamente a queste domande perché credo che le risposte siano molto relative, ma so che ci sono artisti che riescono a farlo, che ci illustrano luoghi impressionanti facendoci sentire quello che succede lì. E' una delle tante magie della musica, ed è per quello che è infinita.

 La musica strumentale è sempre una musica che ha delle belle sfide da porta avanti. Questo perché non è affatto semplice tradurre con i suoni tutto quello che una voce può dire con chiarezza. Ma forse è proprio questo svantaggio a trasformarsi in un vantaggio. Grazie a quella qualità la musica strumentale parla a tutti e ciascuno traduce il messaggio ricevuto nel miglior modo possibile. I messaggi lanciati dai Five the Hierophant con il loro primo disco, intitolato Over Phlegethon, non avranno infinite letture, perché diventa abbastanza chiaro dove ci vuole portare la band, ma avrà delle sfumature che varieranno d'ascoltatore in ascoltatore. Sarebbe molto curioso chiedere cosa suggerisce l'ascolto di questo loro primo disco e mettere a confronto le risposte. In questa recensione, oltre a darvi qualche piccola informazione su questa band, vi dirò che cosa mi arriva di questo disco.
Per quanto riguarda le informazioni è essenziale partire dal fatto che questa band britannica è composta da tre musicisti. Questo permette già, per chi avrà modo di ascoltare questo disco, di capire qual è la capacità strumentale di ogni musicista. Questo perché in questo disco c'è una grande profusione di strumenti, che oltre alla normale base basso-chitarra-batteria ci regala degli interventi di strumenti come il sax, il violino, lo djembe o gli aerofoni. Per chi si fermasse qua nella lettura di questa recensione potrebbe venire in mente il suono di una band esotica, multiculturale e di marcata linea folkloristica. Niente di più lontano da questo disco. Infatti Over Phlegethon è una lavoro ostico, pesante, avanguardista dove l'innesco di strumenti lontani dalla realtà musicale rock o metal è legata alla necessità di guidare l'ascoltatore nell'inferno sonoro che viene dipinto traccia dopo traccia in questo lavoro. Infatti non ci sono virtuosismi o richiami multiculturali ma sono la necessità di tradurre in suono il meglio possibile quello che si sente. Più che mai gli strumenti sono un mezzo e non la finalità. 

Over Phlegethon

Vi ho già dato qualche piccola indicazione di quello che può essere il mondo musicale dei Five the Hierophant ma andando più nel profondo quello che viene fuori è che anche a livello di generi sembra che tutto sia orientato alla teatralità tetra della musica della band. Over Phlegethon diventa un disco che è molto difficile da classificare, e per quello può venire in ausilio il concetto di avantgarde metal. La difficoltà radica soprattutto nel fatto che diversi momenti richiamano diversi generi. C'è un marcato utilizzo del drone metal che s'intreccia molto fortemente con l'ambient ma c'è anche molto di post metal soprattutto per via delle scelte sonore e dello sviluppo molto prolungato dei brani che formano quest'opera prima. Ma la presenza di quegli strumenti "esterni" all'immaginario metal sicuramente aprono una crepa dalla quale s'intravedono delle traccie di free jazz ma non solo, molti spazi sonori prendono la sicurezza del black metal psichedelico. Indubbiamente siamo di fronte ad un lavoro di creazione meticolosa, ad una capacità di traduzione d'immagini e di racconti in musica, dove tutte le scelte, per quanto riguarda i generi da utilizzare e gli strumenti da chiamare in causa, corrispondono ad un'idea che sovrasta tutto il resto.

Over Phlegethon

Credo che il modo migliore d'immaginare e di visualizzare questo Over Phlegethon sia quello di viverlo come una colonna sonora. Provate ad ascoltare l'intero disco con gli occhi chiusi e vi garantisco che andrete a spasso con la mente tra paesaggi surreali dove personaggi mostruosi mescoleranno natura e artificialità per ballare al ritmo di una musica ipnotica. La musica dei Five the Hierophant è come un cortometraggio di Blu perché gioca con l'immaginazione ma anche con le paure, dando allo stesso tempo tante chiavi di letture che possono risultare delle critiche al nostro mondo attuale. 

Five the Hierophant

Rimarcando un'altra volta che la musica di questo disco corrisponde alla voglia di esprimere al meglio quello che si ha in mente devo dire che non c'è alcuna linearità tra i brani. Qualcuno è oscuro ed ostico, qualcun'altro prende in tutto e per tutto le sembianze di un lavoro drone ma altri sembrano divertirsi al suono di quello che potrebbe essere un'apertura jazz. Insomma, ogni traccia è un mondo a parte. Io mi tengo, soprattutto, queste due:
Queen over Phlegethon. E' la traccia d'apertura del disco e sin da subito il connubio sonoro ci porta a capire che difficilmente si possono trovare dei paragoni a quello che stiamo suonando. Un riff potentissimo di chitarra, che potrebbe provenire perfettamente da un brano di black metal, si mescola con dei djembe e un sax indemoniato. La base diventa un loop alienante che si riempe o svuota lasciando stazio ad una serie di note che prendono quasi delle sembianze di rumore. E' quasi una jam demoniaca che ci dipinge un abisso da osservare con cura.
Der Geist der stets verneint. Se mancavano elementi con questo brano aggiungiamo pure un punto di vista circense, ma di quei circhi che fanno paura, che sono figli di un degrado che si respira dalla prima all'ultima funzione, da ogni dettaglio. Ma c'è anche molto oltre questa canzone. Come sostengo molto spesso quando un brano strumentale è molto ben fatto quello che viene fuori è un racconto tangibile. Questo è quello che viene fuori con questo brano. 


Over Phlegethon è un disco libero. E' un lavoro che non vuole essere inglobato in alcun mondo. E la scommessa che faccio è quella di dire che pure i successivi lavori dei Five the Hierophant seguiranno questa linea. Loro sono dei costruttori, e quando metti in mano una serie infinita di materiali in mano a qualcuno del genere il risultato è incredibile, ma sono anche artisti è sanno sorprendere con tutto quello che fanno. Questo è un disco per chi cerca l'evasione nella musica. Il ottimo risultato è più che garantito.

Voto 8,5/10
Five the Hierophant - Over Phlegethon
Dark Essence Records
Uscita 22.09.2017

martedì 19 settembre 2017

King Parrot - Ugly Produce: non esistono le mezze misure

(Recensione di Ugly Produce degli King Parrot)


Una delle segnali più importanti che ti portano a capire che stai facendo qualcosa d'importante è la sponsorizzazione di qualche famoso. Capiamoci, non sto parlando di un aspetto economico ma soltanto del fatto che qualcuno "grande" faccia complimenti sulla tua propria strada musicale. Com'è naturale i famosi hanno sempre uno sguardo particolare per scovare certe cose. Sanno che cosa hanno vissuto e qual è stato il processo che gli ha portati ad essere quello che sono, per quello hanno la capacità di capire molto più velocemente quando c'è del talento o meno in qualche artista. 

Ugly Produce

Gli australiani King Parrot sono stati inondati di parole dolci da parte di diversi personaggi essenziali nella storia del metal, come Phil Anselmo. Per quello l'arrivo di questo loro terzo disco, intitolato Ugly Produce, diventa un esame molto esaustivo di quello che sanno fare e del ruolo che piano piano si stanno conquistando. Credo che bastano pochi ascolti per capire come un personaggio come Anselmo vede in questa band quello che lui ama nella musica. Forse la cosa che unisce entrambi questi artisti è il fatto che non esistono barriere dentro quello che fanno. Sono dei pugili pronti a sferrare una serie infinita di pugni che si fermerà soltanto quando il loro rivale cadrà disteso al tappetto. Per quello questo disco non ha sosta, non ha artifici, non ha trucchi che allunghino il brodo. E' una bomba sonora a tutti gli effetti. Una bomba che esplode trascinando con sé tutto quello che c'è intorno. Questo è un disco così diretto che non da il tempo di iniziare a digerirlo che è già finito. Le sue dieci tracce non cercano di conquistare l'ascoltatore, è un lavoro che si ama o si odia, senza alcuna via di mezzo.

Ugly Produce

Ugly Produce non cerca il alcun modo di essere un disco piacevole, non vuole regalare momenti di apertura. E' dall'inizio alla fine un discorso continuo. E' una overdose di metal mescolato all'harcore. E' una macchina fuori di controllo che non accenna a fermarsi. I King Parrot risultano pesanti, asfissianti e sgradevoli. Non hanno peli sulla lingua e sono pronti a sparare su tutto, sulla nostra società, sul modo di essere di tante persone, sulla non vita che viviamo, o che ci fanno vivere. Sanno che l'unico modo di far diventare effettivo il loro discorso è quello di non usare mezze misure, di sparare fino ad aver scaricato tutto il caricatore. Per quello non c'è uno strumento, o una traccia vocale, che non siano graffianti, agitati e spregiudicati. Per quello ricordano molto il thrash degli anni 90, il punk dei 70 o l'harcore pure questo dei 90. Perché quella energia, messa a servizio di quel messaggio è qualcosa che oramai non si vede tanto. Sembra che nel rincoglionimento generale del mondo ci sia stato anche un modo di tacere tante di queste voci, anzi, si è diventati molto più estremisti, cercano di vivere in modi inesistenti, migliori o peggiori di quello che è veramente il nostro mondo.

Ugly Produce

Come ho detto prima Ugly Produce è un disco che si ama o si odia, ed è proprio questo il pregio che dobbiamo riconoscere ai King Parrot. Non vogliono risultare simpatici a tutti i costi ma non vogliono neanche essere quella voce fuori dal coro da venerare ed ammirare. Loro cantano quello che vedono, quello che vivono. Cantano il disastro di mondo che è diventato questo mondo. Vanno avanti su quella strada senza voler essere piacevoli, pionieri di qualche corrente di pensiero o altro. Loro non vogliono piacere perché non c'è niente di piacevole dentro di quello che fanno. Sono onesti come pochi, per quello o gli ami o gli odi.

King Parrot

Visto che c'è una grande linea di coerenza tra tutti i brani di questo lavoro è difficile individuarne qualcuna specifica da approfondire, ma per darvi un po' la visione di quello che può essere questo disco pesco la prima e l'ultima traccia.
Entrapment apre questo disco con l'energia in alto sin dal primo riff di chitarra. Ripeto, qua stiamo di fronte agli ereditieri di un modo, più che un genere, di vivere la musica. Per quello questo è un costante bombardamento di 2 minuti e 49 secondi. Il primo round è andato e l'avversario fa già fatica a reggersi in piedi.  
Spookin' the Animals è il brano più lungo di questo lavoro, essendo l'unico che supera i 4 minuti. Forse, dentro a quello che è il margine nel quale si muove la band, è possibile affermare che si tratta del brano più "riflessivo" quello che lascia piccoli spiragli dai quali si può, brevemente, respirare. 


Non credo che una società perfetta riesca mai ad essere reale, è qualcosa di utopico, ma se ci avviciniamo a viverne una di quel genere è essenziale che si ascoltino tutte le voci possibili, perché quella differenza di vedute molto spesso mostrerà la realtà. In quell'ambito una voce come quella dei King Parrot è fondamentale, perché non cerca di mascherare le cose, le dice come sono e basta. Ugly Produce è brutale ma è vero, e quello è quello che veramente conta.

Voto 7,5/10
King Parrot - Ugly Produce
Agonia Records
Uscita 22.09.2017

lunedì 18 settembre 2017

Epitaph - Claws: il ritorno che fa bene

(Recensione di Claws degli Epitaph)


Il ritorno. Può essere una tappa fondamentale nel percorso di ciascuno. Un porto d'arrivo dopo aver vissuto una personale odissea. Ma può essere una specie di "pit stop", un modo di ricaricare le pile prima di continuare con quello che uno si era prefissato. Ma ci sono ancora altre possibilità, perché un ritorno può essere anche una resa, un modo di dire "non ce l'ho fatta". Insomma, come concetto è sempre forte, perché tornare a qualcosa che si conosce è uno degli atti che possono essere realizzati con la maggior consapevolezza.

Nel caso dei veronesi Epitaph il ritorno sembra rigenerante, sembra il proseguo di una strada già molto definita, chiudendo così una parentesi bella lunga. Bisogna infatti pensare che durante una ventina d'anni questo progetto è rimasto congelato per riprendere vita soltanto nel 2014. Come capita spesso quando i ritorni sono molto graditi e danno dei bei frutti l'entusiasmo schizza alle stelle e la voglia di scrivere nuove pagine diventa una conseguenza naturale. Tradotto in altre parole Claws, disco del quale vi parlo questo oggi, è la dimostrazione di un atto dovuto e molto gradito. Ma cosa fa di questo disco una nuova vera proposta e non un semplice esercizio nostalgico? Per rispondere a questa domanda bisogna assolutamente ascoltare il disco. E' innegabile che il sound della band non è odierno ma quello che viene fuori è una nuova luce dentro ad un genere molto coriaceo come il doom, nel loro caso con un importante tocco progressivo. Questo tocco non è dovuto a contaminazioni con altri generi o stravolgimenti che diano luogo a dibattiti sulla natura più o meno azzeccata di queste novità. No, nel loro caso questo contributo può essere riassunto in questa idea: gli Epitaph hanno composto un disco pregevolissimo.

Claws

Per me risulta sempre molto delicato il confine che si crea quando si è immersi dentro a un genere con una chiara sonorità "classica". E' molto delicato perché basta un nulla per cadere nell'imitazione e allo stesso tempo risulta molto difficile regalare nuovi aspetti ed idee inedite. Per quello credo che Claws abbia un peso molto pesante. Ed il perché di questa buona riuscito dev'essere cercata nella capacità musicale dei quattro componenti degli Epitaph. Sin dalla prima nota si sente che non siamo di fronte a musicisti alle prime armi ma chi suona in questo disco conosce perfettamente il mestiere. Ma questo non basta per costruire un bel disco. E' necessaria una comunione tra la capacità interpretativa e quella compositiva. Ed è proprio qua che questo disco scoppia. Le cinque tracce che formano questo lavoro son intense, vissute, a tratti epiche, sono cinque racconti inglobati nella stessa opera. Sono lavori guidati da una voce importante, che mostra la strada. Sono lavori dove la chitarra assume il ruolo principe della chitarra, cioè essere, in un certo modo, lo strumento re del rock e del metal, lo strumento che dà le principali caratteristiche musicali a quello che si suona, infatti è molto logica la scelta di un sound che ci porta indietro nel tempo alla fine degli anni settanta. Ma tutto questo non avrebbe senso, o si disperderebbe, se non fosse per la basse ritmica compatta e sorprendente di basso e batteria. Questa base non si limita assolutamente a sorreggere i restanti componenti del gruppo ma si ricava l suo spazio dove diventa assolutamente protagonista dando mostra di divertimento. Cosa intendo con divertimento? Che si sente che c'è un groove ed una confidenza tale d'acconsentire di andare oltre a quello che basterebbe per dare ancora più elementi alle costruzioni sonore della band.

Non sono mai stato troppo amico degli esercizi nostalgici, del tornare a sentirsi giovani come se si fosse vittime di una crisi che ci obbliga a regredire. La meraviglia di questo Claws è che quest'impressione non esce mai fuori. Non sembra di stare di fronte a quattro "vecchietti" che ricordano i loro tempi d'oro. Gli Epitaph sono tornati con grandissima personalità e con la voglia di dimostrare che con intelligenza l'esperienza si traduce in grandi lavori.

Epitaph

Basta ascoltare la traccia d'apertura del disco, Gossamer Claws, per rendersene conto di quello che certo di raccontarvi. La chitarra è indemoniata e riesce ad esserlo ancora di più grazie alla base frenetica che ha sotto. La voce entra pronta a fare interventi molto interessanti dove le armonizzazioni non mancano. C'è quel sapore di qualcosa classico ma un'aria tutta nuova che sorprende.
Sizigia è invece un brano dove rimane in evidenza la capacità musicale dei tre strumentisti. Particolarmente piacevoli sono gli interventi del basso, che sfoggia un ampio repertorio dando una serie di sfumature trascinanti. Ma è anche il lavoro corale, la capacità di andare da una parte all'altra quella che ingrandisce questo lavoro.


Personalmente non so cosa, nello specifico, avrà portato gli Epitaph a tornare insieme e a comporre nuovo materiale ma posso dire che una scelta del genere è veramente da ringraziare, perché Claws è un disco suonato, traspirato e vissuto, e all'ascoltatore tutto questo arriva. Con lo spirito originale di quello che era il doom originalmente ma con la voglia di regalare nuove idee. Bentornati.

Voto 8/10
Epitaph - Claws
High Roller Records
Uscita 22.09.2017

domenica 17 settembre 2017

Skein - Deadweight: tanta voglia d'arrivare lontano

(Recensione di Deadweight degli Skein)


Ultimamente cerco di riflettere molto su diverse sfumature della musica ed oggi voglio parlare del concetto di modernità. Essenzialmente, che cos'è la modernità? Come succede con tante domande potremmo cercare risposte in tanti ambiti e non soltanto quello musicale, ma visto che mi occupo di quest'arte credo che è più logico cercare una risposta in quella linea. La modernità sicuramente indica un'evoluzione ed una novità, la modernità traduce quello che è la strada del mondo in un discorso artistico. La modernità è anche un qualcosa che anticipa i tempi, che fa presumere come saranno le cose in futuro e, naturalmente, ad un certo punto quello che era moderno diventa antico.

Nel metal si tende ad inglobare nel concetto, non molto bene definito, di modern metal tutti i generi che hanno delle caratteristiche nuove, molto spesso figlie del crossover con generi ce prima sembravano non poter ritrovare alcuno spazio dentro di questo mondo musicale ma che, col tempo, sono stati accettati. La band della quale vi parlo quest'oggi rientra perfettamente in questa qualificazione. Si tratta del gruppo finlandese Skein che sta per pubblicare il loro secondo full-lenght intitolato Deadweight. Nel caso di questo disco gli elementi che danno una parvenza "moderna" alla loro proposta sono la convivenza di tra direzioni essenziali: per una parte, com'è logico, abbiamo il metal, d'altra il rock alternativo e per completare il quadro c'è una forte parte dark. Anni fa pensare che il metal potesse avvicinarsi a suoni "alternativi" era qualcosa d'impensabile ed è stato sicuramente ad una band monumentale come i Tool che le carte sul tavolo sono state rimescolate. Infatti in questo disco ci sono momenti che richiamano parecchio la strada musicale della band di Maynard James Keenan. La differenza con la loro musica è che gli Skein sono più immersi dentro al metal e alla potenza che c'è dentro a quel genere, diventando così molto più concreti e meno spaziali.

Deadweight

Ma Deadweight regala anche altre novità con rispetto alla band prima nominata. In questo disco convivono due voci, una pulita ed una distorta, che dialogano apertamente dosando l'impiego di ciascuna in base all'intenzione del messaggio da recapitare in ogni momento. E credo che non sia sbagliato partire proprio dall'idea che il lavoro vocale orienta la direzione musicale dei brani. Per quello quando abbiamo delle parti tranquille si sente molto un lavoro "alternativo", invece quando entra la voce distorta è il metal che esplode. Le vie degli Skein sono interessanti perché quando si diventa più "metal" ci sono tante tracce di generi come post metal o una convivenza di generi che fanno pensare al, ormai superato, nu metal o a tutto quello che è venuto dopo. La cosa curiosa è che geograficamente questo genere di lavori proviene generalmente dagli USA e qui invece è un gruppo finlandese a portare avanti il discorso. Questo mi permette di dire che le idee che ci sono dietro a questo disco sono molto interessanti, ed in certi casi funzionano molto bene. C'è la voglia di partire da certi punti saldi per poi abbracciare tante altre direzioni, e la cosa funziona. Ma personalmente denoto certe mancanze nel lavoro vocale, soprattutto per quanto riguarda quella pulita, molto piacevole in certi brani ma un po' smarrita in altri, ed è un vero peccato perché se non fosse così, e se ci fosse un insistere su certe direzioni questo potrebbe essere uno dei dischi più interessanti di quest'anno.

Quando si nasce all'ombra di gruppi molto importanti è molto semplice non riuscir ad uscire mai alla luce. Deadweight è un disco che si affaccia sotto i raggi del sole e che riesce anche a brillare parecchio, ma subito dopo sembra rintanarsi nell'oscurità, come se non avesse tutti gli argomenti per presentarsi prepotentemente agli occhi del grande pubblico. Gli Skein hanno delle cose molto, molto interessanti, ma non sempre lo dimostrano. Potrei parlare di un disco meraviglioso che invece, purtroppo, rimane un po' a metà strada.

Skein

Pesco i due brani migliori di questo disco, due canzoni che fanno capire dove potrebbe arrivare la band.
Il primo è Seduction e anche se è innegabile l'influenza dei Tool o degli Soen quello che viene fuori è un brano bellissimo, intenso e trascinante. Questo è l'unico brano che ha solo voce pulita e funziona perfettamente. Questo grazie anche i ruoli molto diversificati di ciascun strumento, puntuali ed effettivi nel loro lavoro. Se tutto il disco fosse all'altezza di questo brano sarebbe uno dei migliori lavori del 2017.
Il secondo è Bound. Se prima eravamo dentro a quello che possiamo considerare come alternative metal in questo caso si aggiunge la parte dark e quella post. Mentre prima si aveva a che fare con un brano molto lineare questo qua è pieno di contrasti, di cambi di parti che ci portano da un immaginario sonoro ad un altro. Quando entra la parte distorta sembra quasi di essere di fronte ad una canzone dei Cult of Luna. Forse questo è il brano ce dal mio punto di vista potrebbe segnare la direzione che la band dovrebbe prendere, perché gli argomenti sono molto interessanti.


Un consiglio che do sempre in ambito musicale è che bisogna esagerare, che quando si prende una strada bisogna andare quanto più in fondo possibile. Ed è proprio il consiglio che darei agli Skein, perché l'impressione che ho ascoltando questo disco è che in certi momenti siano riusciti a centrare il bersaglio, e in quei momenti quello che ci arriva come ascoltatori è un bellissimo disco, ma in altri smarriscono la strada. Deadweight è una promessa che viene compiuta solo parzialmente.

Voto 7/10
Skein - Deadweight
Inverse Records
Uscita 22.09.2017

venerdì 15 settembre 2017

Soror Dolorosa - Apollo: la fine è un nuovo inizio

(Recensione di Apollo dei Soror Dolorosa)


"You ran, began with me and now
It ends, it's new,
it's better"

Apollo

Nei tempi frenetici che viviamo la moda cambia costantemente. Vedere delle immagini di quello che si indossava dieci anni fa diventa un esercizio quasi comico, per non parlare di quello che c'era vent'anni, trent'anni fa e così via. La cosa curiosa è che l'estetica gotica o metallara sembra, al giorno d'oggi, essere un motore fondamentale per definire quello che dev'essere indossato. Io non sono assolutamente un esperto di moda, e francamente me ne frego altamente, ma credo che se è così è perché il fascino dell'oscurità non solo è innegabile ma è anche molto più interessante, oltre a non tramontare mai. Peccato, però, che l'abito non fa il monaco.

Apollo

"Vittime" di quest'ondata di oscurità e di un'estetica che gli porta a essere dei fedeli rappresentanti del gotico troviamo i francesi Soror Dolorosa, gruppo che sin dai suoi inizi si è guadagnato l'ammirazione ed amicizia dei membri di progetti rinomati come Alcest o Les Discrets. Nei sedici anni di esistenza della band abbiamo soltanto tre LP ed è proprio dell'ultimo uscito che vi parlo quest'oggi. Questo disco, che esce dopo quattro anni di duro lavoro, si chiama Apollo e punta ad essere un disco molto importante. Essenzialmente quello che contraddistingue i 70 monumentali minuti di durata di questo lavoro è la full immersion  nel mondo gotico e nell'aspetto che forse, più che altro, contraddistingue questo modo di vivere, cioè una specie di adorazione verso il dolore. Nel caso di questo disco quest'aspetto viene fuori in tutte le cose che il gruppo canta, nel modo nel quale vengono suonate le canzoni che costruiscono questo nuovo mondo sonoro. Infatti questo è un disco che continua con la tradizione dei migliori lavori di gruppi come The Cure, Christian Death, Bauhaus o The Sisters of Mercy, vale a dire un modo di esaltare questa visione del mondo dove i dolori rappresentano il senso stesso della vita.

Apollo

Dal mio punto di vista quando un gruppo decide d'intraprendere questa strada molto spesso tende ad affidarsi a certe formule semplice e scontate che caratterizzano subito la loro musica. Per quello quando trovo dei progetti dove c'è invece un voluto sguardo più approfondito che regala elementi nuovi ad un genere come quello gotico non posso che essere felice, e questo Apollo dei Soror Dolorosa ha dei brani che sono di una bellezza scandalosa, brani che, dal mio umile punto di vista, passarono alla storia come esempi sonori di quello che è la musica gotica nel 2017. Detto questo c'è da dire che non tutto il disco è all'altezza di questi capolavori. Ci sono momenti molto alti, altri un po' più banali ed altri che danno spunti interessanti ma non sconvolgenti quanto quelli migliori. Ma nel complesso questo è un ottimo disco che merita attenzione e concentrazione, anche perché sarebbe assurdo presentare nei nostri giorni un lavoro con elementi comuni con quello che veniva fatto trenta o quarant'anni fa. Per quello è fondamentale, ed azzeccato, che la band aggiunga all'aspetto gotico dei linguaggi musicali più moderni, per quello ogni tanto abbiamo degli interventi di post rock che rendono molto più interessante il disco. Anzi, questo è un messaggio chiaro di come si può evolvere un genere affascinante ma che, qualche volta, fatica a trovare una nuova pelle. 

Apollo

La formula del successo di questo Apollo si basa su diversi fattori. Da una parte è un disco che quasi rende omaggio ai grandi classici gotici, dotati di un'eleganza irresistibile e di un compostezza bellissima, dove non si eccede mai, dove la poesia è così ben pensata che la profondità di certi discorsi diventa leggera e vellutata. D'altra parte il lavoro dei Soror Dolorosa sta nel regalare nuove sfumature che siano conseguenti al fatto di stare nel 2017 e di non poter portare avanti gli stessi discorsi del passato. Questo è il passaggio più delicato perché è molto più sottile. Non è presente nei testi delle canzoni, che non hanno un'età, né in altri aspetti, ma bensì nei modi di suonare, di regalare dei passaggi di un'altra dimensione alla loro musica. Se a questo aggiungiamo il fatto che due o tre canzoni sono veramente perfette allora viene fuori che questo è un disco destinato a lasciare una sua impronta.

Soror Dolorosa

Vi parlavo di tre brani che sono veramente splendidi, questi sono:
Apollo, brano d'apertura del disco che dà titolo all'intero lavoro. E' un brano cosmico e mitologico, un brano che è una dichiarazione d'intenti e di volontà. Uno sfogo che sembra essere rivolto a questi quattro anni di lavoro, un urlo che dice: "siamo tornati".
Another Life. C'è un elemento che si presenta più volte in questo disco, ed è quello dei nuovi inizi, del fatto che un finale è in realtà un nuovo avvio. Questo brano ed il prossimo che vi racconterò, girano intorno a quest'idea. Questa è l'apoteosi dell'immaginario gotico, il modo di urlare che il dolore dev'essere tramutato nella gioia di ricominciare. Per quello in mezzo a tutta la nostalgia che si può sentire c'è qualcosa di epico e di infinitamente bello.
The End. Indubbiamente è il punto più alto di tutto il disco ed un brano che dovrebbe essere suonato e risuonato da tutte le radio del mondo. Uno di quei brani che meritano di diventare "alla moda", non perché siano stupidi o facili, ma perché sono così belli da non vedere l'ora di riascoltarli. Questo è un brano da far imparare a memoria a qualsiasi persona che sta attraversando una rottura, perché così si capirebbe che un nuovo inizio è il modo corretto di vivere un finale, e che le prospettive future sono molto migliori di quelle passate. Divino.


Ascoltando Apollo viene fuori la sensazione di una devastante sicurezza degli Soror Dolorosa, un modo di aver capito che questo nuovo disco è una loro dichiarazione prepotente di quello che vogliono mostrare al mondo musicale. Hanno tutta la personalità per spaccare, per non essere in linea con nessuno perché non hanno bisogno di essere in linea con nessuno. La loro musica ed i loro messaggi denotano un modo di vedere la vita che è sicuramente gotico ma che esalta il perché di essere così. Sembra un disco che spingeva con urgenza la sua voglia di vedere la luce. Adesso tocca a noi raccoglierlo e spanderlo. 

Voto 8,5/10
Soror Dolorosa - Apollo
Prophecy Productions
Uscita 15.09.2017

mercoledì 13 settembre 2017

The Dark Red Seed - Stands With Death: la profonda ed elegante oscurità

(Recensione di Stands With Death dei The Dark Red Seed)


E' inutile, certa musica ha un profumo ed un sapore che vengono subito in mente. Certa musica sa di un certo posto a un certo orario e appena inizia vengono in mente tutte le immagini e le sensazioni che lo associano con quello che vene evocato. Naturalmente questo è un esercizio soggettivo ed a ognuno può venire in mente qualcosa di diverso ma per me certi dischi non si discostano mai da certe sensazioni. 

Stands With Death

Stands With Death è il primo EP firmato dal progetto The Dark Red Seed, progetto che nasce dall'intenzione e dalla capacità musicale di Tosten Larson, già famoso per essere il chitarrista di King Dude. In questo blog mi ero occupato di raccontarvi dell'ultimo disco di King Dude e potete leggere quella mia recensione qui. Come succede quando un artista decide di dare inizio ad un strada parallela viene fuori la domanda del perché, del come mai si faccia la scelta di impegnare energia non soltanto nel progetto "titolare" ma anche in qualcosa di alternativo. La risposta a questa domanda non è mai semplice o scontata ma in questo caso bisogna dire che, anche se ci sono diversi punti in comune, per tante altre cose i progetti differiscono.Rimane sempre come trait d'union l'oscurità, elemento che per entrambi i gruppi è un motore compositivo che finisce per diventare una presenza essenziale, quasi un compagno di avventure. Quello che differisce, invece, è che questo Stands With Death si dimostra un disco molto più suonato, vissuto, per certe cose più viscerale. Il discorso musicale non gira soltanto intorno alla figura di un front man pieno di personalità ma è l'insieme quello che diventa fondamentale. 

Stands With Death

Come dicevo nell'introduzione, certi generi musicali non riescono a distanziarsi da certe immagini e da certi quadri. Quello di The Dark Red Seed ha origine negli Stai Uniti profondi, quelli della quotidianità dei piccoli paesini sperduti che si nutrono di storie strane, di personaggi tanto bizzarri quanto intoccabili e di una realtà folkloristica complessa, figlia di mescola e mescola di generazioni e generazioni di abitanti di diverso origine. Ma Stands With Death sa anche di luce tenue, di piccoli palchi di legno in fondo a bar che sanno di alcool, segatura e fumo. Queste tre canzoni, che sono il biglietto di visita del gruppo, sanno di saggezza, di una sicurezza rappresentata da un'altezza intellettuale non indifferente. In questo quadro che abbiamo dipinto non c'è alcun dubbio sul fatto che appena la prima nota di questi brani invadesse l'aria si formerebbe un silenzio pesante, che nessuno sarebbe disposto ad interrompere perché l'incantesimo è stato lanciato ed è impossibile scapparne. 
Ma com'è la musica dei The Dark Red Seed? E' un dark folk d'importante altezza intellettuale che abbraccia come tematica e come sviluppo un'immaginario gotico. In altre parole è come prendere un Nick Cave facendolo diventare molto più oscuro di com'è. 

Stands With Death

Avete presente i gruppi che si esibivano nel Bang Bang Bar di Twin Peaks di questa terza ultima stagione? Senza nulla togliere a tanti degli artisti che sono andati a chiudere i nuovi capitoli del capolavoro di David Lynch c'è da dire che The Dark Red Seed sarebbe stato perfetto. Perché dentro alla musica di questo Stands With Death c'è la quantità giusta di misterioso oscurità, di quel qualcosa che c'è sempre e che è difficile d'abbandonare. Ma c'è anche l'originalità di un discorso musicale molto ben guidato, che ha definito perfettamente i suoi punti d'arrivo.

The Dark Red Seed

I quasi 24 minuti di questo EP si dividono in tre lunghe tracce delle quali vi illustro più specificamente una.
Si tratta di quella centrale, The Tragedy of Alesund. In questo brano Larson da una dimostrazione di come ricreare un'atmosfera unica usando dei lunghi accordi di una chitarra oscurissima ed elegantissima. Su questa base travolgente la voce profonda trova modo di diventare una narrazione epica e dannata. Siamo di fronte ad un racconto avvincente del quale vogliamo sapere tutto, senza mai voler indovinare se è reale o un'invenzione. Non sono necessari stravolgimenti musicali o melodie vocali perfette, basta riuscir a creare questa calamita che ci porta a voler sapere di più, a capire come si chiude la storia e a riflettere su quello che abbiamo appena sentito.


Questa prima mostra di The Dark Red Seed è molto bella. Siamo di fronte a un progetto che raccoglie l'eredità di anni ed anni di cultura, di quella parte che si cerca di tenere nascosta ma che fa parte sia di noi che di una nazione gigantesca come quella statunitense. Stands With Death è un disco che dimostra che l'oscurità può essere profondamente elegante ed avere origini molto molto antichi.

Voto 8/10
The Dark Red Seed - Stands With Death
Prophecy Productions
Uscita 15.09.2017